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LA TORRE DI BABELE

 «Allora tutta la Terra aveva un medesimo linguaggio e usava le stesse parole. Or, avvenne, che, emigrando dall'Oriente, trovarono u-na pianura nella regione del Sennaar e vi abitarono. E dissero gli uni agli altri: "Su, fabbrichiamo dei mattoni e cuociamoli al fuoco". E si servirono di mattoni invece che di pietre e di bitume in luogo di calce. E dissero: "Orsù, edifichiamoci una città e una torre con la cima al cielo. Fabbrichiamoci così un segno di unione, altrimenti saremo dispersi sulla faccia della Terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre, che i figli degli uomini costruivano, e disse: "Ecco, essi sono un popolo solo ed hanno tutti un medesimo linguaggio: questo è il principio delle loro imprese. Niente ormai gli impedirà di condurre a termine tutto quello che verrà loro in mente di fare. Orsù dunque, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio, in modo che non s'intendano più gli uni con gli altri". Così il Signore di là li disperse sulla faccia di tutta la Terra ed essi cessarono di costruire la città, alla quale fu dato per ciò il nome di Babele, perché ivi il Signore aveva confuso il linguaggio di tutta la Terra e di là li aveva dispersi pel mondo intero» (234).
Queste fatidiche parole della Genesi evocano nel profondo delle nostre anime un oscuro ricordo del passato, poi, all'improvviso, fanno apparire un folgorante terrore del futuro.
«Ma il Signore scese a vedere la città e la torre, che i figli degli uomini costruivano».
Per noi dell'era spaziale la discesa del Signore per vedere la città di Babilonia e disperdere la sua gente può essere il fatto più significativo dell'intero Vecchio Testamento. Questo semplice brano sembra tanto realistico, che temiamo che possa succedere ancora.
Chi era il «Signore», questo distruttore di città, il flagello del genere umano? Gli ebrei del quinto secolo a.C. non avrebbero potuto credere che il Dio infinito, Creatore dell'intero Universo, del Sole, della Luna e di tutte le Stelle, delle miriadi di uomini e donne della Terra, che andava al di là della comprensione umana, si sarebbe potuto incollerire a tal punto solo perché qualcuno a Babilonia stava costruendo una torre costringendolo in questo modo a scendere non solo per distruggerla ma anche per spargere il genere umano per tutto il mondo. Il Talmud (235), che gli ebrei conservano tanto gelosamente, a quanto pare fa pensare che il «Signore» era un essere fisico che dimorava tra i cieli, ostile verso la Terra, uno spaziale. Esra e i suoi colleghi sacerdoti che revisionarono il testo della Genesi durante la Cattività avrebbero visto quotidianamente sculture di quegli umani alati che accompagnavano Assurnasirpal III e Salmanassar I trecento anni prima e di quei dischi solari alati che indicavano gli Uomini dei Cieli.
I discendenti di Noè emigrarono lentamente verso oriente da Ara-rat e, secondo la Genesi, con una fantastica fecondità ben presto ripopolarono il mondo. Sia la Genesi che il Talmud suggeriscono che malgrado il diluvio il genere umano sulla Terra non era di molto cambiato. Gli extraterrestri si immischiavano ancora negli affari degli uomini, molti dei quali erano giganti, che odiavano i loro dominatori celesti. Cus, figlio di Cam e nipote di Noè, sposò nella vecchiaia una giovane donna e ne ebbe un figlio che chiamò «Nemrod», cioè «ribelle», dato che le genti cominciavano a ribellarsi al «Signore». Quando Nemrod ebbe vent'anni, suo padre gli diede il mantello di pelli che il «Signore» aveva fatto per Adamo, più tardi posseduto da Enoc, Ma-tusalem e Noè, che dotò il giovane gigante d'una forza immensa. Dapprima Nemrod collaborò a quanto risulta con gli spaziali, «gran cacciatore nel cospetto del Signore»; egli fondò un regno di cui facevano parte Babel, Erec e Accad, tutte nella pianura del Sennaar, poi si spostò in Assiria e costruì Ninive. Il Talmud sostiene che Nemrod conquistò il mondo intero, nella sua arroganza si ribellò al «Signore», adorò falsi «Dei» e sguazzò nell'empietà, cosa che potrebbe stare a significare che come Prometeo il patriottico Nemrod cercò di liberare la Terra dagli spaziali, proprio come noi stessi avremmo fatto se fossimo stati governati dai marziani in quest'ultimo secolo.
Dalla grande città di Sennaar, Nemrod dominò su un vasto impero, che parlava una lingua comune. La tradizione riferisce che questo potente re, guidato da quei dotti sacerdoti che avevano studiato le stelle per migliaia d'anni e avevano tenuto sotto osservazione la «Potenza e Gloria del Signore», fu tanto stupido da far edificare una torre dall'altezza fantastica per assalire i cieli e sconfiggere il «Signore», con frecce e lance, per vendicarsi del Dio che aveva annegato i suoi antenati nel diluvio. Con un'impressionante, se pure imprecisa, erudizione i rabbini sostenevano che di lì a poco la torre si sarebbe sollevata per cento chilometri con sette rampe sul suo lato occidentale attraverso le quali i portatori si sarebbero inerpicati sino alla sommità, e con sette rampe su quello orientale, dal quale poi sarebbero scesi (236). Lo scrittore cristiano del quinto secolo, Orosius di Tarragona, ridicolizzò quelle stime presuntuose, dopo un assiduo studio delle fonti ebree Tanaitiche, ridusse l'altezza della torre a soli otto chilometri, alta quanto il monte Everest. Ricordando l'epica lotta di sir Edmund Hillary e dello sherpa Tensing per conficcare la «Union Jack» sulla cima dell'Everest, non possiamo che riempirci di meraviglia di fronte a quei posatori di mattoni che andavano su e giù per quelle scale senza le maschere ad ossigeno e le tute degli alpinisti d'oggi. Il giovane Abramo, un collaboratore del «Signore» e un rivale di Nem-rod, maledì quell'impresa. Non fu il solo a farlo; se cadeva un mattone tutti lamentavano la sua perdita, specialmente chi stava sotto, e l'incauto manovale doveva ripercorrere sette o otto o nove chilometri per riportare su il mattone. Il Talmud deplora che se un lavoratore precipitava, nessuno si preoccupava per la sua morte. Nabucodònosor, prima di impazzire e mangiare l'erba come «un animale nel prato», diceva che la torre di Babele era stata costruita dell'altezza di poco più di 18 metri da un re precedente e brontolava perché ora toccava a lui portarla a termine.
La costruzione durò molti anni finché Dio disse: «Confonderemo il loro linguaggio». Nella confusione delle lingue, scoppiarono delle liti e la costruzione venne abbandonata. Dio punì i ribelli che aspiravano a scalzare gli Dei del cielo trasformandoli in scimmioni, quelli che avevano detto: «Lo sconfiggeremo con le frecce» si uccisero a vicenda per malintesi; quelli che avevano detto: «Misuriamoci in forza con lui» furono sparsi per la faccia della Terra. Un terzo dell'alta torre sprofondò nel terreno, un secondo terzo venne dato alle fiamme, il restante terzo rimase sino alla distruzione di Babilonia.
Beroso, il sacerdote caldeo, affermò che a Babilonia vi erano testimonianze scritte conservate con la massima cura che comprendevano un periodo di quindici miriadi di anni (150.000 anni). Questi scritti contenevano la storia dei cieli e del mare, della nascita del genere umano, anche di chi aveva regole superiori, e delle gesta compiute da loro. Questo frammento preservato da Alessandro Polistoro che rivela la fantastica antichità di Babilonia è parallelo al «Timeo» di Platone, Libro Primo, che cita Giamblico mentre dice che gli Assiri non solo avevano conservato i memoriali di sette e venti miriadi di anni (270.000 anni), come aveva detto Ipparco, ma anche di sette epoche precedenti. Non c'è nessuna prova autonoma che Abramo sia vissuto ma gli studiosi ebrei presumono che egli sia nato a Ur verso il 2000 a.C; secondo le tradizioni dei rabbini il patriarca osservò la costruzione della torre di Babele, quindi datano la sua costruzione intorno al ventesimo secolo a.C, ma la cronologia della Genesi è così congetturale che la torre, sempre che sia stata mai costruita, avrebbe dovuto e-sistere già molto tempo prima.
L'erudito Beroso evidentemente credeva che la torre di Babele fosse stata costruita da giganti epoche prima. Eusebius e Syncellus citano parte della perduta «Babyloniaca».
«Dicono che i primi abitanti della Terra, che si gloriavano della propria forza e della loro statura e disprezzavano gli Dei, stabilirono di innalzare una torre la cui cima avrebbe dovuto toccare il cielo, nel luogo in cui ora sta Babilonia, ma quando essa cominciò ad avvicinarsi al cielo i venti vennero in aiuto degli Dei e rovesciarono l'opera sui suoi progettisti, e si dice che le sue rovine si trovino a Babilonia; e gli Dei introdussero una diversità di lingue tra gli uomini, che fino a quel tempo avevano tutti parlato il medesimo linguaggio; e una guerra scoppiò tra Crono e Titano, ma il luogo in cui essi costruirono la torre è oggi chiamato Babilonia, a causa della confusione delle lingue, perché gli ebrei chiamano la confusione Babel» (237).
 La somiglianza tra il brano della Genesi e la storia di Beroso suggerisce un'origine comune dalla stessa fonte più antica da lungo tempo perduta; nessuna conferma si trova negli annali di Babilonia né su quelle migliaia di tavole nella grande Biblioteca di Assurbanipal a Ninive, come se una simile torre non fosse altro che una fantasia.Na-bupolassar, padre di Nabucodònosor, nel sesto secolo a.C, asserì che Marduk gli diede ordine di costruire la torre di Babele che era stata indebolita dal tempo ed era caduta in rovina, se questa fosse effettivamente la famosa torre di Nemrod nessuno lo sa.
La torre di Babele non era unica; nello Zambia i Barotse dicono che i loro antenati ammucchiarono alberi su alberi per dare la scalata al cielo, la torre crollò uccidendo la maggior parte dei costruttori; nel Congo gli uomini cercarono di arrampicarsi su pali fino alla Luna. La tribù Dinka del Sudan orientale crede che molto tempo fa la gente salisse e scendesse dalla Luna con una corda; i Mulunga si servivano d'una ragnatela. In America gli indiani Quilayute ricordavano un tempo quando i Prodi avevano fatto una scala di frecce dalla Terra al cielo; gli Sachomish respinsero il cielo con dei lunghi pali; i Queets presero d'assalto le regioni celesti salendo su una scala di frecce per salvare due fanciulle rapite dagli Dei. Il «Codex Chimapopoca» dice come Nata, il Noe del Messico, e la moglie si salvarono dal diluvio e aggiunge «dopo il Diluvio che distrusse il mondo primordiale, restarono in vita sette giganti. Uno di loro, Xelhua, costruì la grande piramide di Cholula per raggiungere il Paradiso ma gli Dei fecero scempio del linguaggio dei costruttori». I norvegesi, come gli indiani del sud America, i babilonesi, gli egiziani, i greci e gli eschimesi, credevano in un Albero del Mondo che sosteneva il cielo, da cui ebbe origine il maio inglese (palo ornato di nastri e fiori attorno al quale i giovani danzano nelle feste di calendimaggio. N.d.T.); questo è un chiaro riferimento alla torre di Babele ed all'assalto dei giganti al Paradiso.
Beroso associò la distruzione della torre di Babele al conflitto tra Crono e i Titani menzionati nella mitologia greca. Il presente scrittore negli altri suoi volumi ha analizzato le letterature e le leggende dell'India, del Tibet, della Cina, del Giappone, dell'Egitto, di Babilonia, della Grecia, di Roma, della Scandinavia, della Britannia, dell'Africa, del nord e del sud America, del Messico, del Perù e dell'Oceania dei tempi antichi. Le tradizioni di ogni paese raccontano con sorprendente conformità la stessa storia di un'Età d'Oro in cui governavano gli Dei, e della successiva ribellione dei giganti in una guerra condotta con armi fantastiche seguita da cataclismi che frantumarono quella civiltà e sparsero i sopravvissuti per tutta la Terra. I fanatici della fantascienza possono immaginare la torre di Babele come una slanciata colonna sormontata da qualche potente raggio laser per distruggere le cosmonavi ostili, una fantasticheria forse improbabile ma non del tutto impossibile dato che gli antichi utilizzavano a quanto pare forze psico-elettriche ancora sconosciute a noi. Può darsi che la torre fosse solo un simbolo del legame che univa il cielo alla Terra. Qualunque sia la verità, non sembra molto dubbio che nelle e-poche remote una grande civiltà soffrì la distruzione dai cieli.
Alcuni studiosi moderni pensano che «due distinte tradizioni giacciono sotto le forme attuali del mito, una che si riferisce alla costruzione di una città, Babel, e all'origine della diversità dei linguaggi; l'altra intorno alla costruzione di una torre e alla dispersione della gente per la Terra; queste due sono state in un tempo successivo intrecciate da Yahwist in uno stesso racconto, o erano già state unificate nella fonte di cui si serviva, fosse scritta o orale» (238).
 Dopo quasi tremila anni il greco classico di Omero è facilmente frainteso nella moderna Atene, estese epoche devono esser sicuramente trascorse perché l'originale lingua mondiale si sviluppasse nelle centinaia di lingue parlate oggi, molto prima che Abramo e Nemrod venissero in conflitto per la torre di Babele. L'interpretazione biblica di «Babele» come derivazione dell'ebreo «babel», «confondere», è oggi ritenuta errata; una più verosimile derivazione appare quella dell'Accade «Bab-Ili» che significava «Porta di Dio».
Una volta ritenuto Birs Nimrud a Borsippa, il luogo su cui s'ergeva la torre si pensa che sia una fossa nel terreno nell'attuale Es-sahen, all'interno del nucleo originario della città. Gli esuli ebrei, trasportati a Babilonia da Nabucodònosor, devono essere rimasti impressionati dalla possente torre chiamata in sumero «Etemenenanki» («Casa della Fondazione del Cielo e della Terra»), la base di questo «ziggurat» era di circa 88 metri per lato, l'altezza totale della torre e del grande tempio di Marduk che lo sormontava era della stessa misura. I cinquantotto milioni di mattoni occorsi per la costruzione della torre richiamano le piramidi dell'Egitto e del Messico; questo possente «ziggurat», che aveva sconvolto tanto Erodoto, era popolarmente chiamato la torre di Babele (239).
È persino più significativo che la torre di Babele rappresentasse il secolare credo che «Dio» fosse sceso dal cielo per vederla e distruggerla, dimostrando così che la gente considerava il «Signore» non come uno Spirito intangibile ma come un Super-Uomo, un extraterrestre.

Fonte testo : "La Bibbia e gli Extraterrestri" di Raymond Drake - Armenia editore