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LE PIETRE DI ICA

LE PIETRE DI  I C A

LE PIETRE AUTENTICHE E LE PIETRE FALSE DI ICA

 Il professor Janvier Cabrera ne possiede la collezione più ricca e più interessante. La sua famiglia vive da generazioni nella vecchia cittadina di Ica, nel Perù meridionale. Io ebbi la prima notizia delle pietre incise di Ica leggendo un libro del mio collega Robert Charroux.4 Non appena ne vidi le foto, seppi che mi sarei recato sul luogo a qualunque costo. Però non mi buttai alla cieca nell'avventura e per prima cosa mi rivolsi all'archeologo dottor Henning Bischof, del museo etnografico di Mannheim, pregandolo di darmi il suo parere sulle pietre di Ica. Mi rispose dicendomi che si trattava di falsi, pseudoantichità fabbricate dagli indios che le vendono ai turisti per guadagnarsi qualche soldo.  A differenza dei miei antagonisti, ho l'abitudine di ascoltare sempre il suono di entrambe le campane. Non appena ebbi sentito quella dell'archeologia ufficiale che ne smentiva l'autenticità, presi l'aereo e andai in Perù.  La famiglia Cabrerà possiede a Ica, nella Plaza de Armas, una casa molto grande e sebbene sia quello che le ci vuole perché è molta numerosa, tre grandi stanze sono riservate alle pietre, di cui sono colmi gli scaffali che vanno dal pavimento al soffitto. Sono pietre di varie dimensioni, alcune veri e propri massi, e tutte incise con un motivo diverso: indios che cavalcano uccelli, indios che impugnano strani utensili, perfino un indio con una lente d'ingrandimento in mano, che gli serve per osservare meglio gli oggetti che ha davanti a sé. Una, poi, è un globo terrestre in formato tascabile, con i profili di continenti e oceani sconosciuti tracciati con cura. Sono simboli misteriosi e inquietanti, quali non si sono mai visti, e incutono timore. Il dottor Cabrerà, che è un illustre medico chirurgo, mi fece notare, anche lui perplesso, una serie di pietre sulle quali era raffigurato, fase per fase, un trapianto cardiaco. Il paziente, al quale sostituiscono il cuore, giace sopra una specie di lettino operatorio e intanto i chirughi provvedono alla trasfusione di sangue mediante tubi. Due di loro chiudono le arterie. Infine gli cuciono l'incisione praticata sul petto. Ma le tre illustrazioni riprodotte in queste pagine descrivono l'intervento assai meglio di quanto io lo possa fare a parole.
Il professor Cabrerà è un uomo bizzarro, che non tollera obiezioni (e questo mi rincresce) ma nutre per le sue pietre una passione uguale a quella che nutro io per la mia teoria. Per due giorni non fece altro che trascinarmi da uno dei suoi tesori all'altro: « Erich, venga a vedere questo, Erich osservi quest'altro ». E non facevo in tempo a esaminarne uno che già mi costringeva a dedicare la mia attenzione a un secondo più interessante ancora, con il tipico orgoglio del collezionista. Possiede circa quattordicimila pezzi; alcuni li ha scoperti lui, ma in massima parte glieli hanno portati in casa gli indios. Tranne poche, le pietre hanno la grossezza d'un pugno e i motivi ornamentali rappresentano uccelli, fiori, alberi mitici e figure umane. Le più grandi sono coperte da un intrico di disegni così complicati che Picasso non avrebbe ragione di arrossire, nel suo Olimpo, se gliene attribuissero la paternità.
Un dubbio mi ronzava tutto il tempo nella mente: questi sono graffiti autentici, ossia antichi, oppure falsi, cioè moderni? E nel caso che si tratti di falsi, Cabrerà lo sa oppure è un credulone vittima d'imbrogli? Finii col chiederglielo.
 « In un villaggio a ventisei chilometri da qui » rispose « vivono falsari che copiano le incisioni e me le vendono, ma io riconosco subito, dai motivi ornamentali, se si tratta di pezzi autentici o di pezzi prodotti forse il giorno prima. Nei casi dubbi, perché si presentano anche questi, faccio sottoporre le pietre a un'analisi geologica ».
Lo pregai di prestarmene una sulla cui autenticità era pronto a giurare e poi, con la mia pietra in tasca, mi recai in un villaggetto sperduto nella regione desertica, dove viveva il falsario Basilio Ussuya. Gli dissi che intendevo comperare una delle sue pietre, a patto che mi permettesse di assistere al procedimento, dal principio alla fine. Dopo un lungo mercanteggiamento acconsentì ed entrammo nella capanna, seguiti dai suoi dodici rampolli che ci ballonzolavano attorno. Basilio tolse da una cesta una pietra delle dimensioni di un pugno, vi disegnò sopra un motivo con la matita e poi incominciò a scalfirla col frammento d'una lama di sega. Dopo quaranta minuti mi consegnò il falso con una colomba incisa sopra.
«Esegue anche incisioni di formato maggiore?» gli chiesi. « Tutte quelle che vuole » rispose con un sorriso colmo di orgoglio.
« Quelle più grandi, nella collezione del dottor Cabrerà, sono ornate con motivi storici molto complicati. Come fa a conoscerli, lei? »
« Li copio dai giornali illustrati. »
Era dunque un genio l'uomo che mi stava davanti?
Mentre la jeep ci riportava a Ica, sballottandoci senza pietà, incominciai a riflettere: Cabrerà possiede quattordicimila pietre, il suo vicino vanta anche lui una raccolta di undicimila. In totale, quindi, siamo intorno alle venticinquemila. Per incidere un motivo semplice come la colomba, Basilio ha impiegato quaranta minuti. Ma era un lavoro elementare, neppure paragonabile alla maggior parte delle incisioni su pietra che ho ammirato in casa di Cabrerà e che per di più hanno in media un diametro di quaranta centimetri e la superficie decorata con poco meno di una ventina d'incisioni simili a questa che ho visto eseguire or ora. Non basta ancora, perché le pietre che formano la collezione di Cabrerà sono lavorate assai più artisticamente, con molta più cura e con molta più fantasia.  Perciò, per eseguirne una analoga, un falsario dovrebbe lavorarvi intorno venti volte quarantacinque minuti, ossia quindici ore. Per venticinquemila pietre, se la matematica non è un'opinione, le ore di lavoro sarebbero trecentosettantacinquemila e anche prendendo come base una giornata lavorativa di dodici ore senza interruzione, le giornate necessarie ammonterebbero a trentunmiladuecentocinquanta. In conclusione il falsario delle due raccolte avrebbe dovuto lavorare ottantacinque anni per dodici ore al giorno. Tuttavia supponendo che i familiari l'abbiano aiutato, il conto potrebbe tornare.
In piena luce del giorno confrontammo il pezzo "autentico" prestatomi da Cabrerà con quello sfornato poco prima dall'indio: sulla pietra falsa si notavano, al microscopio, incisioni nettissime, ad angolo retto, mentre in quelle di Cabrerà si distinguevano, annidati nei solchi e coperti da patina sottilissima, alcuni microorganismi. Ecco la differenza, invisibile a occhio nudo ma determinante, tra il pezzo autentico e il falso.
 Quanto all'asserzione di Basilio, il quale mi aveva detto d'ispirarsi per i suoi motivi dai giornali illustrati, non era difficile smentirlo. Perché di quelli complicatissimi incisi sulle pietre di Cabrerà non esiste in tutto il mondo una sola riproduzione fotografica. Qjuando il dottor Barnard e altri suoi colleghi — per toccare l'argomento più spinoso — sperimentarono i primi trapianti di cuore da persona a persona, i giornali, specializzati e non, pubblicarono una quantità di fotografie degl'interventi. Ma le incisioni sulle pietre di Cabrerà non hanno niente in comune con le recenti fotografie documentarie. I chirurghi moderni, ad esempio, inseriscono le cannule per le trasfusioni del sangue nelle vene, mentre nei graffiti preistorici le cannule sono introdotte nella bocca del paziente. E quando mai un fotografo ha potuto scattare l'istantanea di un uccello azionato a pedali dalla persona che lo cavalca? Quando mai i nostri giornali hanno potuto offrire ai lettori l'immagine colta dal vivo di un drago che sputa fuoco? Quando mai un fotoreporter si è imbattuto in un uomo con un'aureola intorno al capo?
I  miei dubbi non si erano ancora del tutto dissipati, lo confesso, quando rivarcai la soglia della casa del medico-collezionista, e non glieli nascosi. «Venga con me» m'invitò, e da un cassetto della scrivania levò gli originali delle perizie geologiche, che nel frattempo ha voluto inserire nel suo libro.* La prima portava la data del giugno 1967 ed era stata rilasciata dalla compagnia mineraria Mauricio Hochschild di Lima, a firma del geologo dottor Eric Wolf. La riporto testualmente: «Non sussiste dubbio che si tratti di una pietra naturale, arrotondata per l'azione meccanica durante il trasporto nelle acque di un fiume. Petrograficamente è classificabile come andesite. Le andesiti sono rocce le cui componenti si sono unite formando una struttura unica sotto l'azione concorrente dei movimenti meccanici e di una fortissima pressione. Nel caso in questione sono riconoscibili gli effetti di una trasformazione intensiva dei feldspati in sericite.  II  processo accrebbe da un lato la compattezza e il peso specifico della pietra e dall'altro conferì alla superficie una qualità particolare, che gli antichi artisti seppero sfruttare per le loro incisioni. La presente perizia dovrebbe essere confermata ora da un parere più preciso degli specialisti del Politecnico.  Io posso dichiarare che queste pietre sono avvolte da uno strato di ossidi naturali, che coprono anche i solchi delle incisioni, il che consente di datarle a un'epoca molto antica. Nell'esecuzione delle incisioni non si notano irregolarità degne di nota, sicché è lecito presumere che siano state prodotte non lontano dai luoghi in cui sono state rinvenute. Lima, 8 giugno 1967».
Vorrei richiamare l'attenzione del "collegio giudicante" soprattutto su tre dichiarazioni contenute nella perizia:
1) I pezzi incisi hanno un peso specifico maggiore di quello d'altre pietre dello stesso tipo con gli spigoli smussati. Pietre che si distinguono per caratteristiche uguali si trovano nei fiumi e nei laghi della regione.
2)   Le pietre incise sono antichissime; lo dimostra il fatto che la loro superficie è completamente ossidata.
3)   Gli ossidi coprono anche i solchi delle incisioni, una prova inconfutabile che i motivi ornamentali vi furono incisi prima che la patina li coprisse.
Il dottor Cabrerà fece eseguire la seconda perizia consigliata dal geologo presso la Facultad de Minas della capitale e riporto anche il secondo documento, firmato dall'ingegner Fernando de las Casas e da Cesar Sonilo: «Tutte le pietre sono andesiti fortemente carbonizzate. Lo si può affermare con sicurezza sia dal colore sia dallo strato superficiale. Le pietre sono costituite dagli strati di materiale vulcanico eruttivo, corrispondenti a quelli, tipici della regione, che si formarono durante l'era mesozoica.  Sotto l'azione degli influssi ambientali che ne hanno aggredito la superficie, lo strato feldspatico si è trasformato in uno strato argilloso. Per queste ragioni il loro grado di durezza esterno è diminuito. Quello del rivestimento più molle che circonda il nucleo centrale corrisponde infatti al 3° grado della scala di Mohs, mentre quello della parte interna, misurato sulla stessa scala, risulta di 4,5 gradi.
Le pietre potrebbero essere lavorate in pratica con qualsiasi materiale più duro, come ad esempio ossi, conchiglie, ossidiana, nonché uno qualsiasi degli strumenti metallici in uso nell'epoca precolombiana ».
Sono dichiarazioni ufficiali da lasciare senza fiato. Perché il Mesozoico comprende il periodo giurassico e il periodo cretaceo del nostro pianeta, vale a dire l'epoca in cui la Terra era popolata dai dinosauri che nessun uomo — stando a quanto ci hanno insegnato — vide mai, per la semplice ragione che l'uomo non esisteva ancora.  Esperti qualificati attestarono che le incisioni erano state praticate nelle pietre prima che si ossidassero. Quindi in questo caso sono in grado di presentare prove concrete, le pietre autentiche della collezione Cabrerà, le quali dimostrano senza possibilità di equivoco che l'uomo e i dinosauri convissero sulla nostra Terra.  Altre testimonianze ancora che l'uomo e i dinosauri erano coevi
 Padre Crespi mi fece vedere lastre di pietra che gli erano state donate dagli indios. E anche su queste comparivano, in pacifica convivenza, i dinosauri e l'uomo.  Dobbiamo insistere nel negare l'esistenza di quello che secondo noi non dovrebbe esistere?   Lungo il fiume Paluxy: impronte di zampe di dinosauro e di un piede umano. Reperti analoghi in America meridionale. Nell'aprile del 1971, durante gli scavi archeologici presso El Boque-ron, nello stato di Tolima in Colombia, il professor Homero He-nao Marin rinvenne lo scheletro di un dinosauro della famiglia degli iguanodonti, lungo venti metri... e, accanto un cranio umano. Il lavorio di milioni di anni aveva trasformato il cranio in un bel fossile di colore grigio solcato da delicate ramificazioni. Questi sono reperti altrettanto preziosi di quelli che la scienza accoglie con entusiasmo... purché non disturbino un'immagine altrettanto fossilizzata. Ma i dinosauri e l'uomo vissuti contemporaneamente? Questi no, dacché non si adattano nel codice della teoria dell'evoluzione. E allora si rizzano le paratie stagne per nascondere rivelazioni così scomode.   Mi sento in dovere di annunziare alla mia scettica controparte la relazione che corre fra le immagini incise di Ica e la mia teoria. Nella raccolta di Cabrerà ho visto una pietra antichissima e autentica, sulla quale erano incise le stelle fisse: una cometa, alcuni astri più grandi collegati da rette... e astronavi in volo tra l'uno e l'altro. Indios, accoccolati in un paesaggio di monti e alberi mitologici, osservano il cielo servendosi di telescopi. E queste sono cronache illustrate che ci pervengono da una remota preistoria.  Scaltrito dalle esperienze che ho fatto con i tesori di padre Crespi, voglio dire ben chiaro ai giornalisti i quali si proponessero di recarsi a Ica per un controllo, di sapere benissimo che laggiù troveranno una quantità di falsi, prodotti in massa per i turisti e tutti decorati con motivi in serie. Ma non proclamino di nuovo che Von Daniken è stato smascherato. Si diano da fare per scoprire le pietre autentiche e le esaminino sotto la lente d'ingrandimento.  Prima di concludere la mia perorazione voglio aggiungere ancora qualcosa : dichiaro che non è colpa mia se gli indios kayapo brasiliani indossano, in occasione delle feste cerimoniali, costumi di paglia intrecciata simili alle tute degli astronauti extraterrestri scesi in tempi immemorabili fra loro e ch'essi ricordano nelle antiche canzoni...
Non è colpa mia se i nostri preistorici antenati riprodussero sulle rupi e sulle pareti delle caverne di tutto il mondo "divinità" con sulla testa caschi simili a quelli degli astronauti, dai quali spuntano "cose" che fanno pensare immediatamente alle antenne di ricetrasmittenti a onde corte...
Mi dichiaro non colpevole se Enoc ed Elia, come molti altri, scomparvero nel cielo su un "carro di fuoco"...    Non posso farci nulla se l'ammiraglio turco Piri Reis disegnò, nel 1513, planisferi sui quali aveva tracciato, prima ancora che fossero state perlustrate da un capo all'altro, le coste dell'America settentrionale e meridionale, nonché quelle dell'Antartide nascoste sotto i ghiacci polari, coste che furono scoperte da noi soltanto nel 1957, durante l'anno geofisico internazionale, mediante l'impiego di sofisticati ecometri. Non so spiegarmi davvero chi avesse messo a disposizione di Piri Reis un satellite spia e apparecchi di rilevamento supermoderni...
Mi potrebbero mettere alla tortura e non sarei capace di spiegare per quale ispirazione colui che compose duecentotrenta versi del Samarangana Sutradhara vi descrisse, con abbondanza di particolari precisi, apparecchi volanti. Suppongo che qualcuno li a-vesse veduti, a quel tempo.
Non sono certo io l'autore del libro di Enoc. E non fui certo presente il giorno in cui il profeta Ezechiele incontrò le navi spaziali che descrisse con tanta esattezza da consentire a un ingegnere della nasa di ricostruirle com'erano, se soltanto lo volesse.
Non è opera mia neppure il sigillo cilindrico sumero, sul quale l'ignoto artista incise con mano sicura una quantità di apparecchi volanti, come se fossero stati un'apparizione quotidiana e co-munissima.
Mi attribuisca pure, chi lo desidera, una fantasia troppo accesa, ma non servirà certo a dimostrare che le numerose leggende in cui si narra di draghi e di serpenti alati che solcavano i cieli sono state scritte da me e non fanno invece parte di un antichissimo patrimonio culturale. Quando nacqui, nel 1935, erano già vecchie di alcune migliaia di anni.   Un'altra "pietra dello scandalo", quella tombale di Palenque, scolpita in rilievo... Non ho difficoltà a  confessare che a mio parere rappresenta un astronauta nella sua capsula spaziale, riprodotti con una tecnica ammirevole, e che rifiuto l'interpretazione dell'archeologia la quale afferma trattarsi di un gran sacerdote sull'altare. Del resto neppure i miei contraddittori sembrano granché sicuri della loro versione, tanto vero che recentemente un periodico scientifico di tutto rispetto, il National Geographic, la smentì, affermando che il bassorilievo raffigura non un gran sacerdote, bensì una fanciulla che un essere mitico afferra fra le fauci. Altri vedono per contro un "giovane sovrano" che sarebbe stato seppellito qui. Io attendo tranquillo, piuttosto sicuro che un giorno o l'altro tutti quanti finiranno col riconoscervi il mio astronauta. Basta avere il coraggio di rinunziare ai preconcetti e di guardare le cose con occhi nuovi.   E non nascondo che sebbene non sia maligno di natura, ogni tanto sorrido pregustando la soddisfazione che ne proverò.
Vorrei ricordare al "collegio giudicante" un particolare al quale ho già accennato di sfuggita nel mio libro precedente. Dieci anni fa vidi per la prima volta le misteriose rette lunghe chilometri incise nella pianura di Nazca, in Perù, sotto i contrafforti andini. Viste dall'aereo, le rette sembrano le piste di un immenso campo d'aviazione e siccome furono tracciate in ere preistoriche e sono visibili soltanto da grande altezza, le ritenni un « cosmodromo degli dei », una loro base d'operazioni nel continente sudamericano.  Dopo ricerche durate decenni, la scienza dichiarò che le linee costituivano un calendario astronomico. A parte i molti altri dubbi sull'esattezza dell'assunto, vorrei avanzare una sola obiezione: che cosa se ne sarebbero fatti, i nativi, di un calendario ch'era riconoscibile soltanto da una grande altitudine? La domanda è quasi banale tanto è ovvia, ma la scienza non si scompone per così poco, una volta ch'è riuscita a presentare una "scoperta", e in tutti i testi specializzati, infatti, le rette tracciate sulla pianura di Nazca sono definite un calendario astronomico.
È comprensibile quindi la mia sorpresa quando l'archeologo  professor Barthel di Tùbingen mi disse, dopo un dibattito televisivo, che l'idea del calendario astronomico la si doveva dimenticare, dacché dopo accurate e lunghe osservazioni si era potuto appurare che fra l'intreccio di rette e le costellazioni non esisteva nessun rapporto. Avevano inserito in un computer tutti i dati rilevati sul posto, insieme con l'orbita dei corpi celesti e con le coordinate delle famose linee, e la calcolatrice aveva risposto negativamente; l'interpretazione sino allora accettata non era stata giustificata neppure in un unico caso. Questo non significa che abbia ragione io con la mia teoria, ma il fatto è che anche l'altra è stata demolita. Nel frattempo ho letto il libro di cui parlava il professor Barthel, che la smentisce una volta per tutte.
 Gli americani, curiosi e spesso portati alle trovate bizzarre, fabbricarono una mongolfiera servendosi di materiali uguali a quelli di cui disponevano tanti secoli addietro gli incas e con questa si alzarono in volo sopra la pianura "incisa" di Nazca. Un esperimento, a mio giudizio, favoloso. Ma quello che non capisco è il motivo per cui subito dopo diversi giornali proclamarono una volta di più che\(Dàniken è stato smentito! » Quando mai avevo asserito che gli incas non avessero posseduto mongolfiere? Mi a-vrebbero smentito solo nel caso che avessi affermato una cosa del genere, ma in realtà, con la loro ascensione in aerostato, gli americani non sfiorarono neppure in superficie la mia ipotesi: da quando in qua le mongolfiere hanno bisogno di piste d'atterraggio? Oppure gli incas seguivano un sistema così poco pratico, tutto sommato, per sapere qual era il giorno della settimana? La domanda, del resto, non si pone neppure, essendo ormai dimostrato definitivamente che le linee geometriche incise sulla pianura desertica non servivano né per i calcoli astronomici né per il computo cronologico. La sola conclusione che regge è questa: a Nazca c'era un cosmodromo degli extraterrestri. Wait and see. Penso che il tempo mi darà ragione.
L'onere della prova spetta ora agli altri.  Ritengo che neppure i più accaniti dei miei avversari liquideranno gl'indizi che ho presentato dichiarandoli nient'altro che pure e semplici fantasticherie. Quando mai sono state avanzate teorie le quali poggino su ipotesi di indizi fissati sulla pellicola fotografica? La parte avversaria non è stata informata che dai miei libri hanno ricavato due lungometraggi documentari? Film che avevano fissato dati concreti sulla celluloide e che furono proiettati sullo schermo, davanti al pubblico. Nessuno dei miei contraddittori può accampare la scusa di essersi lasciato sfuggire, purtroppo, queste documentazioni della mia teoria. Perché tutti le possono vedere, negli Stati Uniti, nell'Unione Sovietica e nella Cina popolare, nonché in altri ventinove paesi nei quali hanno tradotto e pubblicato i miei libri. Chi si rifiuta di prender nota di prove come queste, fotografate e filmate, non .sa fare di meglio, di fronte alle verità spiacevoli, che comportarsi come il proverbiale struzzo.  Nella mia perorazione davanti al tribunale immaginario chiamato a pronunciare la sua sentenza, ho fornito tutta una serie di prove indiziarie collegate fra loro. Ho indicato le fonti originarie. Ho prodotto immagini fotografiche che convalidano la mia teoria. Ho lasciato la parola a testimoni della cui serietà e della cui preparazione in materia nessuno può dubitare.  Ho assunto di mia spontanea volontà il ruolo dell'imputato.  A questo punto non mi rimane che rivolgere una preghiera al collegio giudicante: si inviti adesso la parte avversaria a portare prove indiziarie altrettanto convincenti e conclusive per dimostrare che gli extraterrestri non comparvero mai sulla Terra.

Fonte : "Gli extraterrestri hanno inventato l'uomo?" di Erich Von Daniken - ed.: Rizzoli