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LE PROFEZIE DI MALACHIA

Nacque ad Armagh, in Irlanda, nel 1094. Fu educato alla religione cristiana e preparato da dotti maestri. Venne battezzato col nome di Maelmhaedhoc (poi latinizzato in Malachia). Giovanissimo, scelse una vita da eremita, sotto la direzione di Imaro (Imar O'Hagan), uomo insigne dell'epoca.
Venne ordinato Sacerdote a 25 anni dall' arcivescovo di Armagh, Ceolloch.  Nel 1124 divenne vescovo di Connor e quindi arcivescovo di Armagh (1132). Introdusse nella Chiesa irlandese il rito romano e appoggiò la riforma cistercense. Gli Sono attribuite numerose guarigioni, fenomeni di levitazione e il dono della profezia.
Morì a Clairvaux il 2 novembre 1148.  S. Bernardo ne fece l’elogio funebre e ne scrisse la vita. E’ stato canonizzato nel 1190 da Clemente III. Le profezie attribuibili con certezza a San Malachia hanno per oggetto essenzialmente i destini dell’Irlanda e preannunciano oppressione e persecuzioni da parte dell’Inghilterra. Le celebri profezie sui Papi, ritrovate nel 1590, sono certamente quelle più note, ma secondo molti studiosi non sono attribuibili a Malachia ma piuttosto ad un anonimo.

Malachia ha previsto l'avvento di ogni Papa dal 1143 (Celestino II) fino alla fine del Mondo, individuando ogni Vicario di Cristo, con un motto che lo avrebbe riguardato.  ( Le foto dei Papi sono state prese dal sito della Santa Sede )

           

 Giovanni XXIII  1958 - 1963                Paolo VI  1963 - 1978           Giovanni Paolo I 26/8/78-28/9/78   Giovanni Paolo II 1978 - 2005

   ( PASTOR  ET  NAUTA )                       ( FLOS  FLORUM )                  ( DE  MEDIETATE  LUNAE )              ( DE  LABORE  SOLIS )

Benedetto XVI  19/04/2005
( DE  GLORIA  OLIVAE )

PROFEZIE TRATTE DAL LIBRO : "Le profezie di Malachia" di Alfred Tyler - casa editrice M.E.B. - 1973

ECCO PIETRO II

Ma il Papa sul quale Malachia più si diffonde, non limitandosi, a differenza di come fa con gli altri, a un semplice motto, è proprio l'ultimo, ossia Pietro II. Vediamo che cosa esattamente disse il profeta.

"In persecutione extrema sacrae romanae ecclesiae sedebis Petrus romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septis-collis diruetur, et Judex tremendus judicabit populum suum. Amen."

In latino, dunque, Malachia, come del resto già aveva formulato in latino i motti dei vari Papi, ci dà il tremendo annuncio della fine. Dice: "Nell'ultima persecuzione della santa romana chiesa, siederà Pietro Romano, che pascerà il suo gregge (le pecore) fra molte tribolazioni, dopo le quali la città dei sette colli sarà distrutta e il Giudice terribile giudicherà il suo popolo. Così sia".

Vediamo che c'è un certo periodo di tempo, perciò fra la elezione di Pietro Romano, ossia di Pietro II, e la fine del mondo. Un periodo breve durante il quale si scatenerà la persecuzione religiosa, forse vi saranno carestie, si andrà rapidamente verso uno scontro armato, questo è presumibile, e fra tanto sangue e così vasto orrore, dal cielo plumbeo, fra un bagliore di lampi, apparirà, come è promesso del resto in tutti i libri sacri, il Dio giudicante. Cose che vedremo tra poco, meno di trent'anni, forse (il libro è del 1973). Siamo alla vigilia del crollo totale e, come vedremo fra breve alcune precise circostanze vengono a rafforzare e a documentare la profezia di Malachia dandole una luce di verità terribile.

Un motto in latino viene a caratterizzare ciascun Pontefice e tale motto dovrebbe, secondo Malachia e i suoi interpreti, qualificare il regno del Vicario di Cristo, ponendone in evidenza origini o doti essenziali.

De medietate Lunae  =  Giovanni Paolo I

Il motto, interpretato come "De media aetate Lunae", sembra alludere alla brevità del suo pontificato, durato il tempo medio di una luna, cioè un mese.

De labore solis = Giovanni Paolo II

(La fatica del Sole : Il motto può adattarsi al pontefice, ma l'interpretazione è quanto mai problematica, per alcuni, però, è un chiaro riferimento al fatto che egli nacque del giorno di un'eclisse solare, e che anche il suo "addio" ha coinciso con un'eclisse, una doppia circostanza estremamente rara.)

De gloria olivae = Benedetto XVI

(Il motto "De gloria olivae" si adatta piuttosto bene a Benedetto, poiché i benedettini sono chiamati "olivetani".)

Petrus secundus = ? (...fine)

 

COME HA IMMAGINATO L'AUTORE L'ELEZIONE AL SOGLIO PONTIFICIO DI PETRUS SECUNDUS 

Il cielo è rosso cupo, a tratti quasi viola. La luce fosca e calda che scende sulla folla, rende il tutto irreale, fantastico. Si ha la sensazione tenebrosa di un incubo e il grottesco, il paradossale, è che dovrebbe esserci gran gioia.  Sono migliaia e migliaia ammassati là, sulla piazza, fra le braccia del colonnato del Bernini. Hanno anche chiuso il getto delle fontane. Da quattro giorni attendono la "fumata bianca" con un senso di inquietudine che si è venuto di mano in mano esasperando. Alle 11,30, però, c'è stato il grande annuncio. Sussurrato dapprima in sordina, con il passare dei minuti ha acquistato il tono autorevole di una certezza: lo hanno fatto, l'hanno eletto. Il nuovo Papa c'è. Fra non molto si affaccerà alla loggia per la sua prima benedizione Urbi et Orbi, ossia alla città di Roma, all'Urbe, di cui il Pontefice è Vescovo, all'orbe, ossia al mondo.   Nessuno saprebbe spiegarsi il perché di quel senso drammatico che è sospeso nell'aria, che perturba tutti e ciascuno. La paura, ecco, a ben pensarci è il panico, il timore di qualcosa che sta per accadere e di cui tutti hanno un'idea vaga, che bene si delineerà solo nell'ora suprema, nel momento che il destino ha già scelto, da tempo immemorabile.   C'è una vecchia, presso la fontana di destra, quella dal lato degli appartamenti pontifici, che parla dei cavalli dei cosacchi che dovrebbero dissetarsi alle fonti di San Pietro, secondo una leggenda o una profezia. Qualcuno discute di maledizione, di fato irreversibile sul papato di Roma dal giorno in cui un Pontefice, Giovanni XXIII, scelse, al momento dell'elezione, il nome che era già stato di un "antipapa". Fantasia? Sogni costruiti sul nulla, incubi di donnicciole che il popolino si trascina dietro da sempre. Impossibile una risposta. Poi c'è quella profezia strana, curiosa, simile a una filastrocca, che viene di solito attribuita a San Malachia: quando verrà un Papa che prenderà il nome di Pietro II, ossia riprenderà il nome del primo apostolo, della Pietra su cui il Cristo edificò la sua Chiesa, allora sarà la fine dei tempi e il mondo cesserà di essere, con tutto ciò che è stato, il bene e il male, le sue brutture, le sue meraviglie, che non si sa più bene se, in fondo, sono sette, dieci o tredici.  Ma il tempo passa e nel pomeriggio di ottobre il sole è già quasi del tutto calato lasciando il cupolone di San Pietro su uno sfondo viola, lillaceo. Un quadro che piacerebbe a un impressionista, una coreografia che a Dal! suggerirebbe qualcosa di forte, di intensamente emotivo. Finalmente la loggia centrale della Basilica di San Pietro si apre. Sul davanzale viene steso il gran drappo cremisi. Ci siamo. Qua è là scoppia un applauso; i più attendono per vedere fino a che punto le previsioni pur vaghe della vigilia hanno trovato un senso preciso, una conferma nella realtà. Ciò che non si comprende è perché, contrariamente a qualsiasi altro caso storico in precedenza, si sia tardato tanto a dare il solenne annuncio. Se la fumata bianca c'è stata prima di mezzogiorno, che hanno mai fatto i cardinali sino al tramonto? Perché il nuovo eletto non si è presentato al balcone a benedire la città e il mondo? Le telecamere e gli obiettivi dei cineoperatori sono in azione. Già la televisione ha fatto vedere, sul mezzogiorno, la breve fumata bianca, un po' scura all'inizio, tanto da ingenerare un equivoco, poi si è capito che era proprio bianca. I giornali si preparavano a uscire con "tutti i retroscena di un drammatico conclave" e sui banconi delle tipografie avevano già pronte le biografie del nuovo eletto. I "papabili" erano cinque in tutto; pareva che sorprese fossero da escludersi. Ma ecco che alle 18,25 qualcuno appare. I cardinali, gli alti prelati affollano il balcone della loggia esterna di piazza San Pietro. È il momento solenne della proclamazione. La folla tace, in quel calore soffuso che è tra il viola e il rosso, in un insieme sanguigno che potrebbe rammentare cose affatto paradisiache, certe impressioni che il Dorè usò per raffigurare l'Inferno dantesco.   A Napoli c'era stato un lieve terremoto, incidenti a Milano, un giovane ucciso a Venezia in uno scontro con la polizia. Ma erano episodi marginali che soltanto per caso finivano in quella prima pagina in cui non doveva apparire altro che, a titoli di scatola, il nome del nuovo Papa e qualche particolare della sua elezione. Che cosa aveva scritto la maggioranza dei cardinali su quel particolare biglietto, su quella singolare scheda elettorale che serve per la elezione di un Papa e che reca in latino le parole Eligo in Summum Pontificem Rev.mum D.num D. Card, (i due D sono un'abbreviazione della parola latina Dominimi, ossia "Signore")? Al di là della facciata già lo sapevano, ma qua, il popolo, l'Urbe e l'Orbe no, ancora lo ignoravano e decine di agenzie di stampa si preparavano a dare al mondo il grande fatidico annuncio.   Le campane della basilica già hanno preso da qualche secondo a suonare a festa. Il lutto della Chiesa è finito. Sul soglio di Pietro siede un nuovo nocchiero. Ora ne sentiremo il nome.   L'eletto muove dalla Sistina alla Loggia esterna delle benedizioni. Sta scendendo la sera e qua, verso via della Conciliazione, si stanno accendendo migliaia di fiaccole. Sono i giovani dell'Azione Cattolica che si preparano a salutare il nuovo capo della Chiesa, al quale poco prima, dopo un drammatico contrasto fra gli elettori, era stata posta la domanda di rito: Acceptasne electionem de Te canonìce jactam in Summun Pon-Hficem? Aveva risposto: Il vostro voto lo considero come espressione della volontà di Nostro Signore. Accetto, raccomandando a me il mio compito alle voste più ardenti preghiere.
Il Cardinale decano aveva avuto ancora una domanda da porgere al neo eletto, secondo il rituale: Quale nome scegli?   E fu proprio questa risposta a provocare il lungo ritardo, di alcune lunghe, interminabili ore fra la elezione l'annuncio. Un nome tremendo.  Il robusto cardinale si fa largo fra gli altri, raggiunge il balcone tra i flabelli, si avvicina al microfono e con voce stentorea ripete la formula del cerimoniale che avverte il popolo dell'avvenuta elezione di un nuovo Vicario di Cristo.  Nuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam!
L'applauso, interminabile, coperse le ultime parole della formula:  Viva il Papa! Per il Papa: vita, vita, vita!, si grida dalla piazza, ma la penombra impedisce ormai di scorgere, sotto il triregno, il volto dell'eletto. Ancora altre parole, poi il nome del Cardinale prescelto, uno dei Papabili, che si era più distinto ultimamente nella diplomazia vaticana. Non è italiano, ma di origine americana. Ancora un applauso. Ora è il momento. In genere, fra l'annuncio della nomina e la prima benedizione intercorre un certo tempo, dedicato alla vestizione dell'eletto e agli altri complessi riti che il cerimoniale impone, ma qui si è già fatto fin troppo tardi. Nessuno è riuscito a smuovere l'eletto dalla scelta che ha fatto del nome. Il Cardinale lo pronuncia, nitidamente, con forza, nel finire del tramonto romano, che è già sera; Petrus II.   La folla applaude ancora, accoglie incerta la benedizione di quella mano magra, scarna, poi si ritira sgomenta: che sta avvenendo? Forse il lieve terremoto di Napoli ha influenzato un po' tutti o davvero sta verificandosi qualcosa che sfugge al controllo dell'uomo? Il corteggio papale si ritira dal balcone, lo scampanìo ha fine, e la folla se ne va, sotto un cielo che, ora, pare di caligine. Perché quel Papa e, soprattutto, perché quel nome? Che accadrà mai ora? È vero ciò che disse Malachia, ossia che l'elezione di un Papa di nome Pietro sarebbe stata il presagio della fine del mondo? Oppure sono vane fantasticherie?
Qualcuno grida, mentre una sirena si fa udire lamentosamente in distanza. Altri affermano che l'obelisco della piazza ha davvero tremato, che frammenti di intonaco sono venuti giù, dalla facciata della basilica, e tutti sono pervasi da un senso di gelo, di incubo, mentre l'orologio batte l'ora tremenda, quasi l'ultima ora del mondo e la prima del brevissimo pontificato di Pietro II.  Sembrerebbe, a vederlo così, l'inizio di un temporale d'estate, forse di un uragano, e non è che il principio della fine. Le telescriventi annunciano gravi inondazioni in Francia, scosse telluriche nell'America latina e nel Medio Oriente. Su New York qualcuno ha visto volteggiare oggetti di fuoco. Sembra l'inizio di qualcosa di orripilante e incredibile, ed è soltanto la fine, la preannunciata fine di ciò che noi chiamiamo Terra, del mondo, con quanto vi è sopra di bello, di caro, noi compresi. È la Terra che si sbriciola per un destino fissato da sempre, per un disegno la cui origine sfugge alla mente umana. È la pioggia di fuoco che comincia, pietosa e distruttiva, annunciata da colui che ha osato fregiarsi dell'appellativo del Pescatore, del primo Papa, Petrus II. Il mondo finisce, dunque, con una maledizione apocalittica e di là, dagli altri pianeti, dai mondi più lontani e sconosciuti, vedranno la Terra esplodere come un'arancia, senza senso e senza significato.
Così avverrà, non possiamo dire quando ma presto, molto più presto di quanto non si creda, come vedremo. Sul quadrante della storia le lancette ruotano, e non è certo l'uomo in grado di arrestarle, anche se è riuscito a vivisezionare l'atomo, a scoprire le fonti della vita e quasi a produrla in vitro.


È un'ipotesi quella che abbiamo appena dipinto, ma un'ipotesi terrifica che non può non sconvolgere i rapporti sociali, fra Stato e Stato, fra popolo e popolo, rendendo i nostri meschini interessi di ogni giorno aridi e vani. Ci agitiamo come burattini nell'ultima scena del dramma, mentre il gran finale è già sopra di noi; forse lo vedremo, forse ci coglierà nel sonno o per via, sull'autobus o in ufficio. Non è una catastrofe limitata, come lo fu, a modo suo, secondo le più attendibili ricostruzioni, il diluvio universale. È un fatto globale, totale, dopo di che non resterà nulla, neppure il più piccolo granello di sabbia di ciò che con tanto orgoglio per millenni abbiamo chiamato Terra. Se ne andranno le rovine di Troia, la grande Muraglia della Cina, i grattacieli di Manhattan, Roma e il Colosseo, la Torre Eiffel e la Gioconda, le cupole del Cremlino e le pagode di Mao. Nulla. Resterà nulla come prima del grande mistero della creazione, come prima della scintilla da cui scaturì il tutto. E non ci saranno testimoni a riferirlo a chi verrà, perché non verrà nessuno in quanto nessuno può venire dal nulla. Così, secondo Malachia, accadrà fra breve, fra poco tempo, quando avremo un Papa che prenderà il nome del primo Apostolo, Pietro, ricollegando l'ultima alla prima ora della Chiesa...

Fonte : "Le profezie di Malachia" - di Alfred Tyrel - casa editrice M.E.B. - 1973